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Ladatte

È sempre difficile spiegare a un italiano cos’è un museo di arti decorative. Erede della visione artistica di Vasari, per lui non esiste altro che la pittura. E anche qui con notevoli distinguo: prima ci sono Botticelli e il sempre tanto amato Rinascimento toscano; poi Canaletto e il vedutismo veneziano; e per finire tutto il resto. Al fondo ci sono le arti decorative, il cui studio in Italia, fino a non molto tempo fa, era ritenuto più un argomento da antiquari che da storici dell’arte. Colpevole l’atteggiamento di diffidenza che si è sempre avuto nei confronti di tutto ciò che non avesse, per forza di cose, implicazioni di carattere intellettuale. Considerati ‘semplici’ elementi di arredo, i mobili, le porcellane e le maioliche non sono mai stati ritenuti davvero importanti. Tra i colpevoli di ciò c’è sicuramente l’insegnamento scolastico che, codificato, così come lo conosciamo, in epoca fascista, ha sempre prediletto una lettura gerarchica dell’arte, parziale e settoriale nel modo di presentare il nostro enorme patrimonio culturale. A scuola insegnano che Raffaello progettò e partecipò alla decorazione delle Stanze Vaticane; che Tiziano Vecellio dipinse l’Assunta dei Frari a Venezia e che Giulio Romano costruì palazzo Te a Mantova. Poco importa che gli stessi artisti qui nominati abbiano anche disegnato vasi o saliere, oggetti il cui uso pratico era nobilitato dal loro estro creativo. Tutto ciò ha ovviamente favorito, a lungo andare, il mercato dell’arte nazionale e internazionale nel quale si sono riversati, a partire soprattutto dall’Ottocento, oggetti e arredi importanti, finiti, nei migliori dei casi, nei più blasonati musei del mondo, nel peggiore, invece, persi nei meandri del collezionismo privato. Il compito, dunque, di ogni museo di arti decorative è quello di spiegare che sono esistite anche altre espressioni figurative oltre alla pittura e alla scultura; oggetti e arredi che, molto spesso, rispondevano a esigenze pratiche, ma che nascevano sempre da un’idea o da un pensiero che stava loro a monte.

Tra le missioni del Museo Accorsi-Ometto di Torino ci sono quelle di promuovere la conoscenza dell’arte decorativa e di recuperarne, quando possibile, testimonianze d’interesse non solo locale, con acquisti miranti a completare le raccolte o ad arricchire il percorso di visita con pezzi di elevato interesse storico-artistico. Nato con lo scopo di mettere a disposizione del grande pubblico la straordinaria collezione ereditata dall’antiquario Pietro Accorsi, il Museo conserva moltissimi oggetti diversi tra loro, per epoca, forma e materiale, posti in dialogo secondo scelte espositive che oggi possono sembrare fuori moda ma che rispecchiano quello che era il gusto per la decorazione degli interni codificato dall’antiquario e ampiamente diffuso a Torino nel secondo dopoguerra. Nato nel 1891, Accorsi visse in prima persona l’evoluzione culturale che a inizio XX secolo portò il Barocco dall’essere considerato un semplice catalogo di forme, a cui attingere per scopi ornamentali, a un periodo storico degno di essere studiato in tutte le sue molteplici sfaccettature. Inaugurato nel 1919 al Belvedere, il Museo del Barocco di Vienna fu il primo di una serie di realtà museali create con lo scopo di conservare e valorizzare l’enorme patrimonio di arredi risalente al Sei e Settecento. In Piemonte qualcosa di simile fu creato nella palazzina di Caccia di Stupinigi, dove nel 1920 fu istituito il Museo dell’Ammobiliamento a opera di studiosi quali Giovanni Chevalley e Augusto Telluccini, i cui pionieristici studi sul Barocco piemontese avevano aperto la strada alla valorizzazione dei manufatti sei-settecenteschi presenti sul territorio. Ad approfittare della nuova situazione furono soprattutto le famiglie dell’antica nobiltà sabauda, le quali molto spesso risolsero i problemi finanziari sorti dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, vendendo ciò che conservavano ancora nei propri palazzi aviti. Consolle, scrivanie, specchiere e altro ancora, risalenti per lo più al XVIII secolo, che Accorsi comprava e rivendeva agli esponenti della ricca borghesia, desiderosi di ricreare all’interno dei propri appartamenti, le sale auliche di Stupinigi e delle altre residenze aristocratiche. Inizialmente interessato a vendere il singolo oggetto, l’antiquario a partire dagli anni cinquanta si mise a progettare anche la decorazione di interi appartamenti, riutilizzando vecchi arredi e facendone fare di nuovi, ‘in stile’, quando necessario, al fine di creare ambienti ‘immersivi’, all’interno dei quali rivivere il lusso delle antiche dimore nobiliari. È così che nacque il ‘gusto Accorsi’, destinato a spopolare tra la classe dirigente e imprenditoriale torinese fino agli anni settanta e oggi ancora testimoniato all’interno del Museo che oggi porta anche il suo nome. Una realtà fatta di sale ambientate. Una collezione prestigiosa per numero e qualità di opere, incrementata in questi ultimi dieci anni da una politica di acquisizioni fatte sul mercato nazionale e internazionale, che ha permesso di ‘riportare a casa’ numerosi esempi d’arte decorativa soprattutto piemontese. Opere che Accorsi sicuramente non si sarebbe lasciato sfuggire e che sono schedate all’interno di questo catalogo.

Capolavori di Pietro Piffetti, Francesco Ladatte, Louis-Michel van Loo e altri ancora, che testimoniano, ai più alti livelli, come non esista solo un’arte, ma una rosa assai ricca di espressioni figurative, ognuna a suo modo unica. Molto probabilmente la terracotta di Ladatte, qui schedata, non fu mai in Piemonte; i tavolini di Piffetti, qui esposti, difficilmente furono eseguiti per la corte dei Savoia; così come non sappiamo a chi appartennero le argenterie e le porcellane chiuse dentro le vetrine della mostra. Poco importa. Anzi, aumentano il fascino di queste silenziose testimonianze, che già solo per il fatto di esserci giunte, meritano di essere ammirate, conservate e valorizzate.

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