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Christo - The Floating Piers

Negli ultimi 150 anni il mondo dell’arte ha saputo e dovuto reinterpretare la propria ragion d’essere, mutando la sua funzione originaria, che da prettamente ripropositiva si è trasformata in reinterpretazione dell’universo interiore oltre che di quello circostante.

Molto spesso i suoi attori si sono trovati in conflitto con la società loro contemporanea a causa di incomprensioni o di pregiudizi, anche perché sovente essi si sono posti intelligentemente in anticipo su tempi, non limitandosi solo a raccontarli ma ad antevederli.

In mezzo a tutto ciò talune “provocazioni” (parola coniata dalla critica, la quale ha sempre un termine per tutto) hanno disorientato il pubblico, non solo quello di strada, ma anche quanti fanno parte della schiera dei sedicenti addetti ai lavori, i quali, se per i tagli di Lucio Fontana, le iute combuste di Alberto Burri o il drip painting di Jackson Pollock hanno saputo produrre delle motivazioni complessivamente convincenti, per le scatolette di Piero Manzoni hanno incontrato qualche difficoltà in più, visto che a tutt’oggi non è chiaro se esse contengano quella che al momento della loro presentazione venne definita “merda d’artista”.

La ricerca spasmodica di eclatanza e soprattutto di visibilità (vero e proprio totem dei giorni nostri) ha indotto i performer del XXI secolo a concepire e a proporre pensate che di provocatorio hanno ben poco e che sollevano motivati dubbi sotto il profilo artistico: si va dall’impacchettamento dei monumenti alla copertura del fiume Arkansas nello Stato del Colorado, combattuta dalle autorità statunitensi a causa di un impatto ambientale più che discutibile e per via dell’ostilità delle popolazioni pellirossa che si vedono invase addirittura all’interno delle riserve in cui sono state confinate.

In Italia invece, la trovata di Christo di posizionare (anzi, di far posizionare) The Floating Piers, cioè passerelle arancioni galleggianti, dal 18 giugno al 3 luglio fra le sponde del Lago d’Iseo, è stata accolta con curiosità da parte del pubblico (si parla di 100.000 camminatori sulle acque nei primi due giorni), anche se sarebbe interessante sapere quanti di coloro che si sono sottoposti a code interminabili per una passeggiata particolare abbiano in vita loro visitato una mostra o acquistato un’opera di un artista contemporaneo.

Corretta è stata la considerazione di Vittorio Sgarbi, il quale, intervistato al proposito, ne ha contestato l’utilità, definendola un’occasione persa, ricordando come i borghi attorno al lago, tagliati fuori dall’iniziativa, fossero ricchi di monumenti e di opere d’arte dei secoli passati, ma completamente sconosciuti, quando non addirittura lasciati in una condizione di penoso abbandono.

Avrebbe potuto essere un interessante ponte –ideale e materiale– fra presente e passato, fra arte globale e storia del territorio, un’infrastruttura temporanea in grado di portare i suoi utilizzatori alla scoperta del bello nascosto.

Ma la cosa in fin dei conti non stupisce più di tanto, se in questi giorni una lunghissima fila di persone staziona davanti al Guggenheim Museum di New York, in attesa di salire al quinto piano dell’edificio per poter espletare i propri bisogni fisiologici nel WC d’oro installato (anzi, fatto istallare) da Maurizio Cattelan.