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Umberto Boccioni - L'antigrazioso

Con l’anteprima per i critici e la stampa tenutasi il 1° marzo, ha preso il via la mostra “Dal Futurismo al ritorno all’ordine”, ospitata presso la prestigiosa sede del Museo Accorsi-Ometto di via Po, 55 a Torino.

Curata da Nicoletta Colombo e organizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio, la rassegna affronta e indaga, per la prima volta in una visione complessiva, la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni Dieci e Venti del Novecento.

L’esposizione annovera 72 opere, di provenienza museale e da importanti collezioni private: essa ripercorre il clima culturale italiano che segna la nascita dell’arte moderna ed esamina le nuove tendenze artistiche del decennio 1910-1920, dando seguito all’indagine sui fenomeni pittorici italiani del secolo XX, inaugurata dal museo con la passata kermesse dedicata al “Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla”.

La mostra prende idealmente l’avvio dal 1910 (anno emblematico, segnato dall’uscita del Manifesto dei pittori futuristi il 20 febbraio a Parigi e del Manifesto tecnico della pittura futurista), con opere degli autori del Futurismo storico: Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni (“Case in costruzione” 1910, “L’antigrazioso” 1912-13), Giacomo Balla (“Figure+Paesaggio” 1914 e “Linee forza di un paesaggio+Giardino” 1918), Carlo Carrà (“Guerra navale sull’Adriatico” 1914-1915 e “Lacerba e bottiglia” 1914), Gino Severini (“Natura morta” 1918), Luigi Russolo (“Chioma. I capelli di Tina” 1910-1911), Fortunato Depero (“Paesaggio guerresco. Esplosioni giallo e nero e tricolori” 1916), Primo Conti (“Interno di osteria” 1917). Sono rappresentati anche gli esponenti dell’eterodossia futurista e gli indipendenti del Movimento, da Enrico Prampolini (“Danzatrice” 1916) a Mario Sironi (“Il borghese” 1916), Achille Funi (“Autoritratto” 1913), Leonardo Dudreville (“Eroismo, tragedia, follia, ossessione, asfissia” 1914), Antonio Sant’Elia (“Studio per edificio” 1913-1914), Adriana Bisi Fabbri e Gerardo Dottori. La sezione futurista include la presenza di due fuoriusciti dalle fila del sodalizio, Romolo Romani, precursore delle tendenze astrattive, con due opere anticipatrici della poetica boccioniana (“Ritratto di Giosue Carducci” 1906 e “Ritratto d’uomo” 1908) e Aroldo Bonzagni, testimone di un espressionismo di intonazione sociale, qui rappresentato dallo storico dipinto dal titolo “Il tram di Monza” del 1916.

Il percorso prosegue con la seconda sezione dedicata ai simbolismi che registrano una persistenza stilistica dal decennio precedente, ora rinnovati in chiave espressionista, di intonazione popolare. La sezione illustra inoltre i secessionismi che coinvolgono i linguaggi artistici giovanili italiani, segnali di un’avanguardia moderata che guardava all’arte coeva d’oltralpe: dai testimoni di Ca’ Pesaro ai partecipanti alle Secessioni romane, agli animatori della Secessioni bolognesi, fino ai movimenti giovanili napoletani degli anni a ridosso della Grande Guerra. Accanto alle opere di Alberto Martini e di Lorenzo Viani, voci rispettivamente di un simbolismo e di un espressionismo maturato a contatto con la cultura europea, trovano spazio i linguaggi secessionisti e primitivisti di Felice Casorati (“Marionette” 1914), Tullio Garbari (“Intellettuali al caffè” 1916 e “La madre” 1916), Umberto Moggioli (“Primavera a Mazzorbo” 1912), Guido Trentini (“Le perle del lago” 1914 e “La pianta rossa” 1915), Gino Rossi (“Fiori e foglie” 1913), Ubaldo Oppi, Galileo Chini, Cipriano Efisio Oppo (“Ritratto di Rosso di San Secondo” 1913), Ferruccio Ferrazzi (“Le due madri” 1913), Enrico Lionne, Carlo Corsi, Garzia Fioresi.

Un altro significativo segmento della rassegna è dedicato al primitivismo, tendenza volta al recupero del primordio, inteso come azzeramento delle stratificazioni culturali per ritrovare la semplicità e il candore di espressioni popolari, ingenue, ispirate anche ai trecentisti e quattrocentisti italiani, Giotto e Paolo Uccello innanzi a tutti. In rappresentanza del clima primitivista, suggestionato dall’opera di Rousseau il Doganiere e di André Derain, autori al tempo celebrati, si articolano le presenze dei dipinti di Carrà, Garbari, Gigiotti Zanini, Pompeo Borra, Alberto Salietti.

Il periodo segnato dalla Grande Guerra (1914-1918) dava corpo con maggiore incisività alla crisi delle avanguardie e tracciava il cammino verso il recupero delle forme e del cosiddetto Ritorno all’ordine, fenomeno di portata europea, qui illustrato nella terza e ultima sezione della rassegna. La Metafisica, “l’altra faccia della modernità”, che perseguiva in comune con le avanguardie la rivoluzione dei contenuti, ma non quella delle forme, è illustrata in mostra da opere di Giorgio de Chirico (“Composizione con biscotti e mostrine” 1916), di Carlo Carrà (“Le due sorelle” 1917), Filippo de Pisis (“Natura morta” 1920), accostate a saggi della metafisica eterodossa, rappresentata da Mario Sironi e Achille Funi, per approdare alla poetica di “Valori Plastici”, che dal 1918 diffondeva il principio della supremazia culturale e artistica italiana.

Nel 1919, con la fine di secessionismi, simbolismi e primitivismi, si avviava una tendenza corale al recupero della classicità in ottica moderna, svolta cioè secondo stili e linguaggi aggiornati, rappresentati da saggi pittorici di Casorati (“Le maschere” 1921), Soffici (“Mele e calice di vino” 1919 e “Pera e bicchiere di vino” 1920), Sironi (“Macchina e tram” 1919), Rosai (“Donne alla fonte” 1922), de Chirico (“Cocomeri e corazza” 1922), Severini (“Studio per maternità” 1920), Funi (“La sorella Margherita con brocca di coccio” 1920), Guidi (“Figura di donna” 1919), De Grada (“San Gimignano visto da sud” 1922), caratterizzati dai principi di sintesi, costruzione e plasticità, e incamminati con differenti declinazioni verso la successiva temperie del Novecento italiano degli anni Venti.

Dal 2 marzo al 18 giugno 2017

Museo di Arti Decorative Accorsi–Ometto

Via Po 55, Torino

Orari: da martedì a venerdì: 10–13; 14–18

Sabato, domenica e festivi: 10–13; 14–19

Lunedì chiuso.

Costi biglietto: intero € 8,00; ridotto € 6,00

Con Abbonamento Musei gratuito

Mostra con visita guidata:

da martedì a venerdì ore 11.00 e 17.00

sabato, domenica e festivi anche ore 18.00:

intero € 12,00; ridotto € 10,00

Con abbonamento musei: € 4,00

www.fondazioneaccorsi-ometto.it

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Enzo Nasillo e Maria Luisa Cosso

A termine dell’anteprima per i critici e la stampa -intervenuti numerosi-, sabato 25 febbraio, nelle antiche sale del maniero neogotico di Miradolo a San Secondo di Pinerolo a poche decine di chilometri da Torino, è stata inaugurata la mostra “Tiepolo e il Settecento veneto”, approntata in collaborazione con i Musei Civici di Vicenza.

La rassegna –che si protrarrà fino al 14 maggio– si sviluppa intorno a preziosi capolavori, provenienti dalle sale della Pinacoteca di Palazzo Chiericati di Vicenza. Un viaggio attraverso dipinti, disegni, acqueforti, incisioni e sculture, che proietta il visitatore nel Settecento, raccontando dell’importanza avuta dalla pittura veneta, ancora nel XVIII secolo, del ruolo di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, rispettivamente padre e figlio.

Seguendo il percorso lungo il quale si articola la mostra, vengono esposti i grandi temi del secolo dei lumi, dalla pittura di paesaggio alla natura morta, dalle storie mitologiche alle grandi pale d’altare, attraverso le opere dei protagonisti della stagione pittorica europea settecentesca.

La Mostra, ospitata dalla Fondazione Cosso e beneficiante della curatela del prof. Giovanni Carlo Federico Villa, riscostruisce, facendola vivere al visitatore, un’esperienza sensoriale onnicomprensiva, affiancando ai capolavori dei Tiepolo opere dei coevi Marco e Sebastiano Ricci, Luca Carlevarijs, Aviani, Brisighella, Zais fino a Giambattista Piazzetta.

A impreziosire l’esposizione Scherzi e Capricci, brevi movimenti allegri e veloci, interpretati da Giambattista nelle sue acqueforti, che, riportando alla tradizione classica le suggestive narrazioni di sacrifici pagani, scene pastorali, paesaggi agresti, offrono uno spaccato della perizia dell’artista.

Un racconto in quasi cinquanta opere, quello che si sviluppa al Castello di Miradolo, con capolavori assoluti della storia dell’arte occidentale, che permette di ammirare anche tele riscoperte da recenti restauri: toccante il recupero della “Decollazione di San Giovanni Battista” di Giandomenico Tiepolo, nel contrasto tra gli incarnati del santo e quelli del boia, le vesti sgargianti e le ombre profonde della passione.

Come da tradizione consolidata, la mostra è arricchita da una colonna sonora dedicata, appositamente realizzata dal progetto Avant-dernière pensée. Un'installazione sonora che accompagna il visitatore restituendo la suggestione di un'epoca, e rimandando alle opere esposte, all'ambiente artistico e alla stagione pittorica cui appartengono.

 

“Tiepolo e il Settecento veneto”

Castello di Miradolo

25 febbraio – 14 maggio 2017

Orari:

Giovedì e venerdì: 14.00/18.00

Sabato, domenica e lunedì: 10.00/18.30

Chiuso il martedì e il mercoledì.

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