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Pittore emiliano (Francesco Gessi) - Putto che regge una bandiera

Apre oggi i battenti una mostra unica nel suo genere, organizzata e promossa dalla Fondazione Accorsi – Ometto di Torino.

Nelle eleganti sale della sua sede è infatti stata allestita “Spiritelli, Amorini, Genietti e Cherubini”, una rassegna che ripercorre in maniera a dir poco esaustiva un aspetto dell’iconografia artistica che trae le proprie radici nella mitologia romana per trovare la sua più completa forma espressiva durante i secoli XVII e XVIII, superando la mera funzione decorativa che il Rinascimento aveva conferito ai putti, facendoli assurgere molto spesso alla dignità di soggetto tout court come allegoria tanto dell’arte sacra quanto di quella profana.

Per la prima volta in Europa oggetto di una iniziativa espositiva monografica, l’esposizione raccoglie oltre sessanta (capo)lavori provenienti da collezioni pubbliche italiane e private (italiane e straniere).

Accanto ad opere di Guido Reni, Isidoro Bianchi, Bartolomeo Guidobono, Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, Francesco Cairo, Francesco Ladatte, Vittorio Amedeo Rapous, Ignazio e Filippo Collino, figurano anche pezzi di Charles Amédée Philippe Van Loo, Camillo Rusconi e di Paul Heermann.

Dipinti, sculture in terracotta, in marmo, in legno policromo, mobili, stampe, bronzi e argenti sono i materiali che danno forma e vita ai putti ospitati nella sede di via Po, 55 fino al 5 giugno 2016.

Sotto l’attenta curatela di Vittorio Natale, il percorso museale consta di sei sezioni (“Origine e diffusione del tema”, “Nelle vesti di Amore”, “Allegorie profane”, “Angioletti e cherubini”, “Giochi di putti”, “Putti e arti decorative”) che sviluppano l’argomento, in special modo sotto il profilo delle committenze sabaude e piemontesi in genere.

L’organizzazione dell’evento è stata per di più occasione per alcuni significativi recuperi di opere, individuate nei depositi di collezioni pubbliche e restituite alla fruizione espositiva, anche futura.

  • Adolfo Wildt - Busto di Toscanini

    Così come alla Galleria d’Arte Moderna di Torino terminerà il 14 febbraio la mostra dedicata alle opere di Claude Monet provenienti dal Musée d’Orsay, per la medesima data è prevista la chiusura della rassegna avente per titolo “Adolfo Wildt – L’ultimo simbolista”, sempre alla GAM, ma quella di Milano.

    55 sculture, aventi nella città meneghina il leit motiv espositivo, visto che molti lavori di Wildt si trovano negli androni dei palazzi milanesi.

    Sconosciuto al grande pubblico, anche per via della solita, stucchevole sorte toccata a quegli artisti che, come Ottone Rosai o Mario Sironi, nell’immediato dopoguerra hanno pagato un prezzo salato la loro attiva militanza politica durante il ventennio fascista, salvo poi venire riabilitati dalla critica adducendo patetiche giustificazioni, Wildt ha per di più avuto la sfortuna di venire a mancare nel 1931 a causa di una polmonite contratta in seguito ad un soggiorno a Pavia, e, quindi, di non potere essere riabilitato per la sua successiva attività.

    Figlio di Adamo Wildt, portinaio di Palazzo Marino, egli era nato a Milano il 1° marzo 1868 e la cattedra alla scuola del marmo di Brera l’aveva raggiunta da autodidatta, fatto salvo il breve apprendistato compiuto all’età di dieci anni presso la bottega di Giuseppe Grandi.

    Il bronzo, ma soprattutto il marmo sono stati i materiali a lui più congeniali con rappresentazioni plastiche in grado di diventare vere e proprie metafore di uno stato d’animo, a cominciare dall’autoritratto intitolato “Il dolore”.

    Il “Sant’Ambrogio fustigatore” sistemato nel cortile principale dell’Università statale di Milano, la “Vittoria” ubicata nell’ingresso della portineria di via Cappuccini, 8, il “Busto di Toscanini” posto nel foyer della Scala, le tre figure che decorano la fontana della Villa Reale a Palestro, fino alle suggestive decorazioni delle tombe al Cimitero Monumentale, sono solo alcune delle opere marmoree di pubblica collocazione che Wildt ha lasciato a Milano.

    Avvinto dalla tensione rinnovatrice del primo fascismo, fu cooptato da Margherita Sarfatti (della quale ci resta un suo busto così come il celeberrimo "Busto di Mussolini" che adornava la Casa del Fascio a Milano) nel movimento “Novecento italiano”, producendo negli anni quelle sculture che in virtù dello stile minimalistico nella figurazione talvolta scarnificata e di quel cognome tedesco facevano credere ai più che fosse un artista straniero.

    La Mostra di Milano annovera, oltre ad un itinerario caratterizzato dalla presenza dei suoi lavori nei palazzi del capoluogo lombardo, sculture che Wildt aveva espressamente creato per l’Orangerie di Parigi e per il Musée d’Orsay, lo stesso luogo da cui sono giunte a Torino le tele di Monet.

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