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Una scena del film

Nella Dublino degli anni ’80, Conor è un adolescente che frequenta una scuola cattolica dove si può fumare e fare a botte, ma non indossare scarpe che non siano nere o truccarsi. La sua famiglia si sta sfasciando e Conor, per fare colpo su Raphina, ragazza col sogno di diventare modella a Londra, mette su una sgangherata e divertentissima band di ragazzini, la Sing Street appunto.

Grazie ai consigli musicali del fratello maggiore, che ricorda Jack Black in School of Rock, Conor e il suo gruppo cavalcano l’ondata pop degli anni ’80 (con spassosissimi videoclip annessi per coinvolgere la ragazza) e trovano la loro strada per fuggire dalla realtà. Niente cover band, Conor si definisce futurista e guarda avanti, a differenza di suo padre e della sua generazione che inevitabilmente sono rivolti al passato ed ai Beatles.

Non importa che Conor confonda John Taylor dei Duran Duran con James Taylor o che la qualità della musica suonata sia quella che sia (“perché i Sex Pistols sapevano suonare?!”); lui e la sua band, con semplici testi d’amore e di ribellione e con continui cambiamenti di look ed esilaranti travestimenti, coinvolgono i compagni di scuola, comunicando così i loro problemi e l’importanza della forza della musica per affrontarli.

La trama non è certo originale, ma il film di John Carney è fresco, godibilissimo e molto divertente.

Sia da vedere che da ascoltare.

"Cuori senza frontiere" (1950)

È stato da poco restaurato un film che nonostante abbia superato i 65 anni di età si rivela ancora toccante ed attuale in molti suoi passaggi.

Si tratta di “Cuori senza frontiere”, uscito nelle sale italiane nel 1950, quando la questione relativa alle sorti di Trieste era ancora tutta da definire.

Girato dal prolifico Luigi Zampa poco prima che questi intraprendesse una fortunata serie di direzioni di pellicole dal taglio causticamente comico (soprattutto quelle in tandem con Alberto Sordi), il film affronta il delicatissimo problema della definizione dei confini fra un’Italia uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale ed il neocostituito stato della Jugoslavia desideroso di rivalsa per gli atroci attacchi subiti.

Il confine, su delibera della Commissione internazionale, divide letteralmente a metà un paese della Venezia-Giulia (non si specifica quale): la popolazione ha tempo ventiquattr’ore per stabilire da che parte andare a vivere.

Il due mondi separati dalla famosa cortina di ferro sono perfettamente rappresentati dalle acredini covate all’interno del piccolo paese e dalle vicende dei suoi abitanti, in primis l’amore per una donna (una giovane Gina Lollobrigida prima della grande popolarità di "Pane, amore e fantasia" che sarebbe giunta poco dopo) contesa fra due uomini, un comunista titino (Erno Crisa al suo debutto da attore cinematografico) ed un simpatizzante del blocco occidentale (che ha le fattezze di Raf Vallone).

Ma la vera forza trainante della pellicola sono i bambini, i quali sono costretti a dividersi, e ad odiarsi forzatamente (per via di quello che sentono dire dai grandi), ma che alla fine sanno far prevalere il buon senso e la naturale inclinazione per la pace. La loro spontaneità recitativa è commovente (non per nulla figura fra loro Enzo Stajola, reduce dalla memorabile interpretazione in “Ladri di biciclette” di due anni prima), al punto da pensare che Walter Veltroni nel suo ultimo film “I bambini sanno” qualche spunto di riflessione l’abbia carpito.

La bellezza del film di Zampa risiede proprio nell’essere un’opera di cerniera, fra il neorealismo arrivato al capolinea ed il genere sentimental-melenso che avrebbe riscosso successo nelle sale italiane durante il decennio dei Cinquanta.

Il rigore documentarstico e la precisione dei fatti storici riportati, oltre al più che mai attuale messaggio in cui si capisce chiaramente che le forze divisive vengono dall’altro e mai fra la gente comune, hanno fatto sì che il restauro digitale non potesse che accrescerne la forza evocativa in modo tale da occupare a buon diritto un posto fra i classici del cinema made in Italy.

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