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BronzinoCop

Lunedì 14 gennaio, presso il Cinema Massimo di Torino, ha avuto luogo l’anteprima nazionale del film-documentario “Portami su quello che canta, storia di un libro guerriero” che racconta la storia (ignota alle giovani generazioni e non sufficientemente conosciuta da quelle più attempate) del processo allo psichiatra Giorgio Coda, condannato per maltrattamenti ai suoi pazienti della Certosa di Collegno alle porte di Torino.

La rilettura da parte di Marino Bronzino (che ne ha diretto la regia insieme all’avvocato Claudio Zucchellini, scritto il soggetto e curato la sceneggiatura) a distanza di oltre quarant’anni dalla pubblicazione del libro-denuncia di Alberto Papuzzi e Piera Piatti “Portami su quello che canta”, è stato lo spunto ispirativo per ripercorrere una stagione di fermento sociale e di grandi cambiamenti. Un pezzo di storia recente in cui i “matti” per la prima volta hanno avuto la parola, sono stati ascoltati, considerati dai giudici degni di fede, finalmente cittadini come gli altri.

La vicenda offre molti spunti in relazione al tema del rapporto tra scienza, medicina e diritto, nonché tra medico e paziente. Argomenti oltremodo attuali, sui quali gli operatori di tali campi in questi anni si sono dovuti misurare, raccogliendone il lascito con un impegno che è sfociato anche in provvedimenti legislativi.

Il fulcro della pellicola (approntata con il patrocinio del Consiglio Nazionale Forense Università degli Studi di Milano, dell’Ordine degli Avvocati di Torino e con la collaborazione di FCTP) ruota attorno alla lettura da parte dell’avvocato Zucchellini di alcuni passi del libro “Portami su quello che canta” e sulle interviste ad Alberto Papuzzi (autore con Piera Piatti del libro), ad Alessandro Perissinotto (scrittore che nel suo ultimo romanzo “Quello che l’acqua nasconde” prende spunto da quei fatti di cronaca), a Mauro Vallinotto (fotografo, autore delle immagini che aprono il libro e che con la loro pubblicazione sul settimanale “L’Espresso” diedero forza alla denuncia e all’apertura del processo) e all’avvocato Gianpaolo Zancan (che con Bianca Guidetti Serra rappresentò e sostenne in veste di difensore la parte civile nel processo).

Il contesto storico, politico e sociale degli anni Settanta, frettolosamente etichettati come “anni di piombo”, è ricostruito in maniera attenta e dettagliata, evidenziando la portata epocale di cambiamenti sociali come il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio, la legge sullo statuto dei lavoratori, la legge sull’aborto e il travagliato percorso della chiusura dei manicomi grazie all’impegno di Franco Basaglia.

La documentazione agghiacciante di cosa fossero gli ospedali psichiatrici è resa dalle immagini fotografiche di Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin e Mauro Vallinotto che, con la complicità dell’Associazione per la lotta contro le malattie mentali, avrebbe realizzato a Villa Azzurra un reportage rimasto nella storia del giornalismo d’inchiesta di quegli anni.

La scenografia, dal taglio principalmente teatrale, riconduce ad una scelta stilistica fatta di racconti brevi e efficaci, in grado di entrare nella profondità dei protagonisti, evitando sensazionalismi e facili colpi ad effetto.

Narrazioni che si prefiggono (riuscendoci egregiamente) di far conoscere un mondo, un’epoca e dei luoghi che possono (all’apparenza) sembrare lontani, ma che hanno avuto effetti e ricadute destinate a modificare la storia del nostro Paese, soprattutto in termini di consapevolezza.